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di lunedì 29 settembre 2003 - n° 267, pagina 37

Cure scritte sullo spartito
Musicoterapia. Suonare strumenti o ascoltare brani può aiutare pazienti "difficili"

Il pentagramma come cura. Xilofoni e tamburi come grimaldelli per aprire la stanza della comunicazione. L'improvvisazione musicale come strumento di liberazione delle emozioni. Così la musica diventa terapia, in grado di migliorare la qualità della vita di pazienti "difficili", dagli autistici agli anziani affetti da demenza. E chissà che in un futuro non lontano la musicoterapia non possa essere utilizzata anche per alleviare lo stress da lavoro, fenomeno sempre più diffuso tra manager, professionisti ed imprenditori.

Il congresso. Delle nuove frontiere della musicoterapia, arrivata in Italia negli anni 70 e gradualmente entrata a pieno titolo nelle cosiddette "medicine complementari", si parlerà da venerdì 3 a domenica 5 ottobre al Centro congressi di Bellaria (Rimini). L'occasione è il V congresso nazionale della ConfIAM, che riunisce 16 associazioni del settore. Musicisti, medici, operatori sanitari e semplici sanitari sono chiamati a confrontarsi su un tema delicatissimo e cruciale perchè le cure a colpi di spartito acquistino maggiore credibilità: "Quale scientificità per la musicoterapia. I contributi della ricerca".

Le potenzialità. Sono tre le aree di applicazione della musicoterapia: psicoterapica, riabilitativa e preventiva. Se sulle prime due sono stati compiuti passi da gigante, è la terza a rappresentare un campo tutto da esplorare. "Il lavoro con gli adolescenti, che si sta cominciando a portare avanti, rientra in questo ambito", spiega Pie Luigi Postacchini, psichiatra, docente del corso di musicoterapia di Assisi e pioniere della sperimentazione in Italia delle terapie musicali. La sfida è chiara: servirsi della musica per prevenire situazioni di disagio. "Quello che la musica ripristina o facilita - spiega - è la relazione con il mondo esterno. Per questo ritengo che sia utilissimo, per la formazione dei musicoterapisti, studiare i suoni della relazione tra madre e figlio".

La diffusione. Rispetto a trent'anni fa, quando l'interesse per le potenzialità terapeutiche della musica ha cominciato a diffondersi soprattutto in ambito psichiatrico, la musicoterapia raccoglie oggi ampi consensi. Sono molte le ASL che guardano con attenzione all'ingresso delle note in corsia - afferma Postacchini -. E l'Italia vanta sperimentazioni avanzatissime sui pazienti in coma e sui malati di Aids.
Gli ospedali accolgono per lo più le proposte delle scuole e delle associazioni di musicoterapisti, anche se non mancano esperienze più strutturate. Come quella della residenza psichiatrica dell'Ausl di Modena, che ha assunto un musicoterapista come educatore. Il mondo sanitario chiede però parametri di valutazione per poter verificare se e quanto la musicoterapia "funzioni". Per questo la ricerca deve affinarsi.

Metodi e tecniche. Secondo la Federazione Mondiale di Musicoterapia, l'obiettivo di questa disciplina è quello di "sviluppare le funzioni potenziali o residue del paziente. Và da sè che i suoni e l'armonia risultano particolarmente efficaci nei soggetti con nevrosi, disturbi o ritardi psichici, negli anziani affetti da demenza e nei malati terminali.
I metodi e le tecniche utilizzati sono numerosi: nei paesi nordici prevale il metodo Alvin - Nordoff - Robbins, adottato in Italia da Giulia Tremaschi Trovesi (presidente della Federazione Italiana Musicoterapeuti), basato sulla "improvvisazione clinica".; nei paesi latini và per la maggiore il metodo Benenzon che privilegia l'ascolto di brani pre registrati.
In tutti i casi è fondamentale l'interazione del paziente con gli strumenti musicali, in particolar modo quelli a percussione (come i tamburi, lo xilofono ed il metallofono), più facili da suonare e più incisivi quanto a contatto con il corpo. Ma anche, come ricorda Postacchini, il rapporto con il musicoterapista. Che, aggiunge l'esperto, "deve avere un legame fortissimo con tutto il personale del reparto e mettere sè stesso, con la sua formazione, al servizio del paziente".

Manuela Perrone

 

Il mondo dell'autismo

Percussioni per iniziare a "parlare"

Disabili, bambini ed adulti con compromissione sia motoria che neurologica, con ritardo intellettivo medio e medio-grave. In queste categorie di pazienti la musicoterapia riesce ad aprire canali di comunicazione, sia interiori, sia nei confronti del mondo esterno.
La musicoterapia con pazienti gravemente compromessi a livello neorologico e motorio, stimola, soprattutto l'uso delle parti sane, sfruttando la creatività del musicoterapista e del paziente che impiegano gli strumenti in grado di sfruttare tutte le possibilità di comunicazione residue, al di là dell'handicap.

Il mondo dell'autismo. E tra i campi principali di applicazione rientra anche il vasto e oscuro mondo dell'autismo. "Il bambino autistico, che ha enormi difficoltà a relazionarsi con il mondo esterno, manifesta però un grande interesse per il suono, per il ritmo e per la melodia", spiega MAria Emerenziana D'Ulisse, responsabile del servizio di musicoterapia di Anni Verdi, Onlus romana da anni, impegnata nell'applicazione di questa tecnica e in corsi di formazione per musicoterapisti.

Gli strumenti. "Il contatto con l'operatore - continua - basato proprio sul dialogo musicale tra paziente e musicoterapista, è affidato a strumenti di percussioneo idiofoni, costruiti con materiale di riciclo, o con lo strumentario Orff (l'insieme di strumenti musicali utilizzati sopratutto con i bambini, molto semplici e didattici, dal nome dell'inventore, ndr) impiegato nelle scuole. Questa attività permette al bambino autistico, spesso poco stimolato nella vita quotidiana, di prendere coscienza, prima di tutto della propria capacità di emettere suoni, e poi di poter utilizzare il proprio apparato fonatorio per interagire con gli altri".

Il percorso. Quando è il caso di sperimentare una musicoterapia? In genere la valutazione del paziente, per comprenderne le esigenze ed i margini di miglioramento, avviene in tre sedute. Sulla base dei risultati di questo primo contatto, l'equipe composta di medici e musicoterapisti, decide se avviare o meno un lavoro sulla disabilità, lavoro che per i bambini autistici non supera di solito i due anni di tempo, mentre per altri pazienti può richiedere anni. Al termine della terapia gli autistici riescono generalmente a raggiungere una maggiore capacità di attenzione, e a rispondere con attenzione agli stimoli, selezionandoli e replicando a tono alle sollecitazioni.

B. Gob.

 

Il parere dell'esperto


Le note allungano e migliorano la vita

"La musica non guarisce nel senso tradizionale del termine. La musica cura, allunga e migliora la vita". Non ha dubbi Gerardo MAnarolo, dirigente psichiatraall'ASL 3 di Genova, presidente della ConfIAM (Confederazione Italiana delle associazioni di Musicoterapia) e vent'anni di esperienza alle spalle nella sperimentazione delle capacità terapeutiche di note, canti e strumenti.

Migliora la qualità della vita. "Non è un caso - spiega - che la musicoterapia funzioni e e venga applicata in pazienti con quadri clinici particolari, in cui la guarigione è difficile o impossibile e l'obiettivo primario è quello di migliorare la qualità della vita: bambini psicotici, staticomatosi, anziani affetti da demenza senile o Alzheimer".
La musicoterapi non è una medicina alternativa, nè rientra nel calderone new age delle discipline naturalistiche. Manarolo parla di "terapia espressiva", appartenente alla categoria degli interventi che utilizzano dei mediatori, "storicamente inquadrabili nelle terapie del corredo psichiatrico". La ìddove, cioè, è stata sempre forte l'idea di far "lavorare" il paziente.

Due modelli. Sono due i modelli di intervento prevalenti. "Il primo - afferma lo psichiatra genovese - mette al centro la relazione tra il malato ed il musicoterapista. Il secondo privilegia la musica. La sfida del futuro consiste nell'integrazione tra i due approcci". Perchè il filo rosso è comunque lo stesso: sfruttare la capacità dell'esperienza musicale di sollecitare i processi di apprendimento e di ampliare le competenze coglitive, facilitando la relazione con il mondo esterno.

Il caso. Un'operazione che richiede cautela. Manarolo cita come esempio il caso di un bambino autistico di quattro anni che emetteva suoni e vocalizzazioni come se parlasse con un linguaggio tutto suo. "Eravamo affascinati - racconta l'esperto - da questo discorso e potevamo commettere l'errore di insistere, nell'intervento musicoterapeutico, proprio su questo aspetto. Invece fortunatamente abbiamo lavorato su altri aspetti più ludici". Fortunatamente, perchè alla fine l'equipe ha scoperto che quella lingua non era altro che l'inflessione del dialetto piemontese che aveva il nonno del bambino quando lo sgridava. Il bimbo aveva introiettato quella figura, trasformandola in un fantasma interno che riemergeva nei suoni. "Basare la terapia su quelle sonorità avrebbe rafforzato le angosce del piccolo".

Occorre prudenza. "Non ci si può improvvisare musicoterapisti - avverte Manarolo -. E' sempre meglio rivolgersi a gruppi che hanno rapporti con le istituzioni e fare riferimento ad associazioni che lavorano per definire la qualità dell'intervento". Con la musica, in altre parole, non si scherza: può scatenare risposte emotive intense e di difficile gestione.

Manuela Perrone